Il 17 giugno si celebra la Giornata mondiale per la lotta alla desertificazione e alla siccità. Nel 2026 il tema è dedicato ai pascoli: “Rangelands: Recognize. Respect. Restore.”
Una scelta che riguarda anche l’Italia da vicino. Quando pensiamo alla desertificazione, immaginiamo spesso terre aride e paesaggi lontani. In realtà il processo può manifestarsi anche in modo più silenzioso: un terreno che trattiene meno acqua, un prato che si secca prima del tempo, un pascolo che produce meno erba, una collina che perde suolo fertile.
Secondo ISPRA, in Italia il 17,4% della superficie nazionale è già in stato di degrado e una quota più ampia del territorio è esposta a rischio di desertificazione. Un processo, quindi, che non è solo un’ipotesi astratta: è una trasformazione concreta del paesaggio, della produttività agricola e della disponibilità d’acqua.
Cosa significa desertificazione
La parola “desertificazione” può trarre in inganno. Non indica solo la trasformazione di un territorio in un deserto come il Sahara, ma un processo più ampio di degrado del suolo, perdita di fertilità, riduzione della copertura vegetale e diminuzione della capacità degli ecosistemi di sostenere vita, agricoltura e comunità umane.
Un territorio può degradarsi anche senza diventare un deserto. Può continuare ad avere campi, boschi, pascoli e paesi, ma diventare progressivamente più fragile: l’acqua scorre via più facilmente, il suolo si impoverisce, le piante crescono con più difficoltà e le attività agricole diventano più costose e incerte.
Perché i pascoli contano
Il tema del 2026 mette al centro i pascoli, ed è una scelta importante. I pascoli non sono spazi vuoti: sono ecosistemi complessi, nati da un equilibrio antico tra natura e attività umane. Dagli alpeggi alpini agli altipiani appenninici, dalle praterie montane alle aree più aride della Sicilia e della Sardegna, i pascoli custodiscono biodiversità, suolo, acqua, cultura e lavoro.
Un pascolo sano non è solo un prato dove gli animali mangiano: è un sistema vivo. Le radici delle piante trattengono il terreno, la vegetazione protegge il suolo dal sole e dall’erosione, gli insetti impollinatori trovano fiori e rifugio, molte specie animali dipendono dagli habitat aperti e l’acqua piovana può infiltrarsi più facilmente.
Quando questo equilibrio si rompe, non si perde solo erba: si perde una funzione ecologica fondamentale.

E se il pascolo si inaridisce?
Le conseguenze della siccità sui pascoli non sono immediate, ma si accumulano nel tempo. Quando le piogge diventano più rare e irregolari e le temperature aumentano, l’erba fresca e nutriente lascia spazio a vegetazione più secca e meno ricca dal punto di vista alimentare.
Per gli animali significa foraggio di qualità inferiore. Per gli allevatori, soprattutto nelle aree interne e montane, significa costi più alti, più incertezza e, nei casi più difficili, l’abbandono dell’attività. Se il pascolo non basta più, bisogna acquistare mangimi, spostare gli animali o ridurre le mandrie.
E quando un pascolo viene abbandonato non resta semplicemente “natura libera”. In alcuni casi può avviarsi una rinaturalizzazione positiva, ma spesso si perde un paesaggio gestito, aperto e ricco di specie legate a quell’equilibrio tra erba, animali e presenza umana.
Quando il paesaggio cambia
L’abbandono dei pascoli può favorire l’avanzata degli arbusti, la chiusura degli habitat aperti e l’aumento del rischio di incendi. Anche il paesaggio culturale cambia: meno pascolo significa spesso meno manutenzione del territorio, meno presidio umano e maggiore fragilità dei versanti.
In questo senso, la desertificazione non è un evento improvviso ma una trasformazione del paesaggio. Non riguarda soltanto la perdita di vegetazione, ma anche la perdita di funzioni ecologiche, economiche e sociali.

Il legame con i prodotti tipici
I pascoli italiani non producono soltanto foraggio. Producono identità. Molti formaggi tradizionali esistono perché esistono pascoli specifici, con le loro erbe, i loro fiori, il loro clima e il loro equilibrio ecologico.
Il sapore di questi alimenti non nasce solo dalla tecnica casearia, ma anche dal paesaggio. Quando cambia il pascolo, cambia l’alimentazione degli animali. E quando cambia l’alimentazione, possono cambiare anche latte, formaggi e profilo aromatico dei prodotti.
Per questo la siccità non minaccia solo l’ambiente: può influire anche sulla cultura alimentare e sul valore economico di molte produzioni locali.
Un’Italia fragile, ma in modi diversi
In Italia il rischio non è distribuito ovunque allo stesso modo. Le regioni meridionali e le isole sono spesso più esposte alla siccità prolungata, alla scarsità d’acqua, all’erosione e alla perdita di fertilità del suolo. In Sicilia e Sardegna, negli ultimi anni, la crisi idrica ha mostrato quanto agricoltura, allevamento e paesaggio possano diventare vulnerabili quando l’acqua manca per mesi.
Ma il problema non riguarda solo il Sud. Al Nord la crisi assume forme diverse: meno neve in montagna, ghiacciai in ritirata, fiumi più irregolari, periodi asciutti più lunghi e piogge intense concentrate in poco tempo. Le pianure agricole dipendono da un equilibrio delicato tra precipitazioni, neve, fiumi, canali, falde e irrigazione.
La desertificazione non è quindi una linea che avanza da sud verso nord. È un insieme di processi che colpiscono territori diversi in modi diversi.
Il suolo come spugna naturale
Parlare di siccità significa parlare anche di suolo. Un suolo sano funziona come una spugna: assorbe l’acqua quando piove, la trattiene e la rende disponibile alle piante. Ospita microrganismi, radici, insetti, lombrichi e funghi, ed è una riserva viva, non un semplice supporto per la vegetazione.
Quando il suolo viene consumato, compattato, impoverito o lasciato nudo, perde questa capacità. La pioggia non entra più con la stessa facilità, scorre in superficie e aumenta l’erosione. Nei periodi secchi il terreno si scalda più rapidamente, nei periodi di pioggia intensa assorbe meno e contribuisce al rischio di allagamenti.
Per questo la lotta alla desertificazione non può essere ridotta alla sola ricerca di nuove fonti d’acqua. Serve anche proteggere il suolo che abbiamo.
Ripristinare non vuol dire solo piantare alberi
Quando si parla di contrastare desertificazione e degrado del suolo, spesso si pensa subito agli alberi. Piantare alberi può essere utile, ma non è sempre la risposta giusta per ogni ambiente.
I pascoli non sono “boschi mancati”: sono ecosistemi aperti con un loro valore. Trasformarli tutti in foreste non sarebbe necessariamente positivo, perché molte specie animali e vegetali dipendono proprio dagli ambienti aperti e dai paesaggi tradizionalmente mantenuti da pascolo e sfalcio.
Ripristinare, quindi, non significa imporre un’unica idea di natura. Significa capire di cosa ha bisogno ogni territorio: recuperare prati e pascoli abbandonati, proteggere il suolo dall’erosione, gestire meglio l’acqua, ridurre il consumo di suolo e sostenere le comunità agricole.
Un tema che riguarda tutti
La Giornata mondiale contro la desertificazione e la siccità non parla solo di terre lontane. Parla dei campi che producono cibo, dei pascoli che nutrono animali, dei versanti montani che trattengono il suolo e delle aree interne che cercano di restare vive.
Il tema della Giornata 2026 usa tre verbi in sequenza: Riconoscere. Rispettare. Ripristinare. E la sequenza non è casuale. Prima di ripristinare occorre rispettare; prima di rispettare occorre riconoscere.
- Riconoscere che i pascoli non sono spazi vuoti.
- Riconoscere che il suolo non è una superficie inerte.
- Riconoscere che la siccità non è solo un’emergenza estiva.
- Riconoscere che il paesaggio italiano è un equilibrio fragile tra acqua, agricoltura, biodiversità e cultura.
La desertificazione non arriva sempre come un paesaggio di sabbia. A volte arriva in silenzio, senza fare notizia, e il rischio è che ce ne accorgiamo troppo tardi.
Fonti essenziali:
- ISPRA, dati su degrado del suolo e siccità
- UNCCD, Giornata mondiale per la lotta alla desertificazione e alla siccità
- CREA, studi sulla gestione sostenibile dei pascoli
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